Gli ultimi istanti di Mose

La città era silenziosa da far paura. Non una persona, non un animale, neanche un piccione.

Si udiva un tal nulla che quasi lo infastidiva il battito del suo cuore.

In che direzione andare?

Era più saggio dirigersi verso il centro sperando, magari, di trovare altre anime vive, o era forse meglio fuggire verso la provincia?

Si udì il suono. Ancora quella specie di sibilo.

Un brivido, poi una corsa… Fece appena in tempo a gettarsi nel pozzo finto al centro della piazza, che passarono.

Li sentì allontanarsi. Non lo avevano visto.

Uscì dal nascondiglio e pensò che doveva muoversi, doveva andarsene da lì, doveva scappare, fare qualcosa, nascondersi.

Aveva fame, più ancora aveva sete.

C’era una fontana, all’inizio della via, oltre la piazza. Se ne sentiva lo scrosciare dell’acqua.

Nascosto nell’ombra, sotto ai portici, strisciò lungo la parete fino all’angolo, e osservò; nessuno. La via era sgombra.

Prese il coraggio e si lanciò verso l’acqua. Bevve avidamente, fino a sentirsi quasi scoppiare, con così poca attenzione che alla fine era completamente bagnato.

Ma poi… Di nuovo il rumore. Quel fischio. Un brivido di terrore lungo la schiena bagnata.

E allora giù, per la via a destra, di corsa più che si può, ma il fischio si avvicinava, svoltò in un vicolo, per un attimo pensò di essere in salvo, ma girarono anche loro.

Ormai ne era certo, lo avevano visto. Gli erano dietro. Si sentiva braccato. Se li sentiva addosso, ma non osava girarsi.

Gli occhi gli scoppiano più del petto per l’affanno, l’unica speranza era che quel viottolo così stretto e pieno di immondizia non fosse a fondo chiuso, ma invece… Un muro.

Fine della corsa. Impossibile scappare. Vide la loro ombra riflettersi sui mattoni. Si girò.

“Preso!” Gridò l’accalappiacani, con gesto di soddisfazione, parlando con il collega.

“Stai buono cagnaccio! C’è una bella gabbia anche per te, giù al canile!”

Fine.