Norvegia, radiazioni 800000 volte sopra la norma dal relitto nucleare sovietico

Il relitto del sommergibile Komsomolets nel 2019

Mare de Barents, Norvegia. Correva l’anno 1989; il declino dell’Unione Sovietica era iniziato da tempo, da lì a pochi mesi sarebbe caduto il muro di Berlino (novembre 1989) e due anni dopo l’URSS sarebbe implosa (1991).

Questa premessa potrebbe essere determinante per capire i motivi del naufragio di cui parla questo articolo: forse fu la crisi economica che attanagliava l’URSS nei suoi ultimi giorni, con la conseguente scarsità di fondi per tecnologie, uomini e manutenzione a decretare la fine di questo gioiello militare.

Già, perchè il sottomarino Komsomolets non era un battello qualsiasi, bensì un concentrato delle migliori tecniche del tempo, che lo mettevano in condizione di rivaleggiare alla pari, o forse anche più che alla pari, con i nemici americani.

Parliamo di un sommergibile nucleare da attacco lungo 117,5 metri, costruito a doppio scafo, con quello interno in titanio, capace di navigare ben al di sotto dei 1000 metri di profondità, con punto di rottura dello scafo fissato addirittura a 1500 metri.

Il Komsomolets era dotato di tecnologia di mimetizzazione che lo rendeva potenzialmente in grado di eludere i sonar U.S.A. e arrivare indisturbato alle coste americane e, armato com’era di missili nucleari, avrebbe potuto scagliare un attacco su Washington e sul Pentagono in tempi talmente rapidi da impedire forse ogni possibile reazione.

Anche laddove avesse dovuto ingaggiare battaglia per “aprirsi la strada”, questa formidabile arma da guerra era dotato di ben 6 lanciasiluri; non sarebbe stato una preda facile per nessun nemico.

Il Komsomolets in una rara foto d’epoca

Tutto ciò lo rendeva estremamente pericoloso agli occhi della NATO, tanto più che i servizi segreti americani erano convinti che fosse spinto non da uno ma da ben due reattori nucleari, cosa che gli avrebbe consentito una velocità sottomarina superiore ai 30 nodi.

Faceva parte della dotazione “di serie” di questo prodigio anche una sfera di salvataggio per l’equipaggio, cosa che dimostra che i sovietici non erano brutti e cattivi (come li disegnava la propaganda americana) e progettavano le loro armi (anche) con attenzione ai propri uomini. E, per inciso, la sfera servì durante questo naufragio, per quanto, come vedremo, solo parzialmente.

Va anche detto, a tal proposito, che siccome era richiesto ai capitani dei sottomarini di affondare i battelli piuttosto che rischiare di consegnarli in mani nemiche, la presenza della sfera di salvataggio “aiutava” a convincere gli equipaggi a svolgere questo compito.

In assenza di una via di fuga, la probabilità che il sottomarino non fosse affondato e che gli equipaggi si consegnassero agli americani sarebbe indubbiamente stata molto più elevata.

il 7 aprile 1989 il Komsomolets navigava a 335 metri di profondità a circa 180 km. a nord di Tromso, quando scoppiò a poppa un incendio. I portelli stagni furono chiusi immediatamente ma ciò non fu sufficiente a contenere le fiamme, che si propagarono attraverso i cavedi dei sistemi elettrici.

Il battello, privato di propulsione dallo spegnimento del reattore nucleare e reso quasi incontrollabile dai guasti elettrici, emerse quanto più rapidamente possibile, ovvero 11 minuti dopo l’allarme.

Disegno della sfera di salvataggio del Komsomolets

Furono chiamati i soccorsi ed evacuati all’esterno i sopravvissuti, mentre l’incendio continuava a propagarsi, alimentato dall’aria compressa del sottomarino. Il sommergibile affondò definitivamente alcune ore dopo, inabissandosi a 1680 metri di profondità, portando con se il comandante e 4 uomini dell’equipaggio.

E qui entra in gioco la famosa sfera di salvataggio di cui abbiamo parlato prima: il piano era di risalire con la capsula di salvataggio, e in effetti così avvenne, ma essa si allagò di acqua e gas tossici e solo uno dei cinque marinai giunse vivo in superficie.

Le ore successive furono drammatiche quanto l’incendio e il naufragio; la temperatura rigidissima del mare di Barents, circa 2 °C., causò la morte per ipotermia di molti uomini in attesa dei soccorsi.

In totale, su 67 marinai si salvarono solo in 25. 42 marinai morirono e causa delle radiazioni, dell’incendio, dei gas tossici e del freddo. Molti corpi sono ancora a bordo del relitto, a 1700 metri di profondità, in pieno oceano.

E il dramma potrebbe non essere finito: nel corso degli anni si sono susseguite diverse spedizioni di controllo dello stato del relitto radioattivo affondato nel mare di Barents, al fine di tenere monitorata la situazione.

L’ultima, avvenuta nel luglio del 2019, una spedizione scientifica con a bordo scienziati sia norvegesi che russi, ha rilevato drammatiche emissioni radioattive dallo scafo: le acque oceaniche che circondano il sottomarino presentano tracce radioattive in misura fino a 800mila volte superiori alla norma.

Il rischio radioattivo viene sia dal reattore nucleare (scorte fissili e scorie radioattive), sia dalla presenza presenza di missili, forse armati con testate nucleari, che giacciono a prua, zona dove tra l’altro le riprese rendono ben evidente un’esplosione del battello.

Le radiazioni resteranno pericolose per altri 1000 anni e la zona in questione è particolarmente pescosa, tanto da valere un fatturato di 10 miliardi di dollari all’anno; le autorità rassicurano che non ci sono rischi ma, onestamente, in realtà nessuno può sapere cosa accadrà in futuro.

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